Momenti difficili

Trascorsero molti giorni prima che mi decidessi ad uscire. Avevo paura. E se si fosse ripresentato l’attacco di panico? Come avrei fatto a gestirlo in mezzo a una strada?  La mia più cara amica, a quei tempi, era mia cugina Eliana, figlia della sorella di mio padre. Eravamo quasi coetanee. Era l’unica persona che mi chiamava, che mi spronava a reagire. Mi diceva che non potevo abbandonare anche l’università dopo essermi licenziata. Io, però, avevo eretto un muro altissimo anche con lei e spesso, dopo ogni telefonata quasi straziante, le chiudevo l’apparecchio urlandole di lasciarmi in pace. Fino a che, un giorno, non decisi che era arrivato il momento di aprire quella porta chiusa da troppo tempo. Fui io a chiamare Eliana quella volta chiedendole perdono per come mi ero comportata. Volevo scusarmi con lei. Prendemmo un appuntamento per un aperitivo e un giro per negozi.

L’aria di Dicembre era colma di profumi, colori e addobbi. A Taranto, com’era tradizione, le feste natalizie cominciavano il 22 Novembre, giorno di Santa Cecilia, quando la banda inondava di musica e allegria le nostre strade fin dal primissimo mattino così come il profumo delle fragranti pettole. Io quell’anno mi sentivo fuori posto, non avevo alcuna voglia di fare alberi di Natale o festeggiare alcunché. Volevo solo rimettere in sesto la mia vita. Uscire mi sembrava già un piccolo passo avanti. Ma non potevo immaginare quello che sarebbe accaduto. Mi accorsi, con sgomento, che le mie gambe tremavano. Non riuscivo a essere sicura sui miei piedi, avevo bisogno di Eliana per ogni piccolo movimento. Era la fine, pensai dentro me.

Mia cugina mi osservava stupita e angosciata :-Che cos’hai Gio? Non mi sembri nemmeno più tu. Perché non lasci questo braccio?-. Io abbassai lo sguardo e risposi semplicemente :-Non so più cosa fare Eliana, non so cosa mi succede, ho sempre voglia di piangere, e non sono più sicura di niente, nemmeno di me-. Le lacrime iniziarono a scendere copiose sul mio viso senza che io riuscissi a fermarle.  :-Dai Gio, non fare così, troveremo una soluzione, ti aiuterò, te lo prometto:- . Ci abbracciammo forte e ci dirigemmo verso il bar Bernardi, uno dei miei preferiti, che si trovava nei pressi del ponte girevole, vicino al mio adorato mare.

Fu lì che, quasi come se ci fossimo dati un appuntamento, rividi Pietro. Ci guardammo nello stesso istante, quasi in imbarazzo. Io non lo avevo riconosciuto subito. Non lo ricordavo così alto e possente. O, forse, era solamente una sensazione. Tutti gli uomini mi sembravano così, allora, tutti dei giganti da cui stare lontana. Tranne lui, Pietro. Per via del suo sorriso, probabilmente. O della dolcezza con cui mi salutò, quella mattina, con un gesto leggero della mano e venendo subito incontro a me e mia cugina. Sorrisi forzatamente, anche se dentro di me volevo quell’incontro, per mettere alla prova me stessa.  Era paura degli uomini, la mia? O, più brutalmente, vera e propria paura di vivere? Avrei accettato di avere anch’io delle debolezze? Erano domande a cui non riuscivo ancora a dare una risposta.

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