Dentro il dolore

Dopo quella notte, i ricordi sono abbastanza confusi e vaghi.  Era calato il buio, e ho faticato molto per non sentire più quella sporcizia dentro di me.

Solo oggi, dopo un matrimonio e due figli, posso dire di essere una donna realizzata e felice.

Ho anche ripreso a lavorare, finalmente. Dopo quello che mi era accaduto, non volevo nemmeno vedere un camion per strada. Tutto mi dava la nausea. Era solo un anno che avevo cominciato a lavorare, eppure mi lincenziai. Senza alcun dubbio, o indecisione. Nessuno si aspettava questo passo. Tantomeno mio padre. Andai da lui, un giorno, senza sapere bene cosa dirgli. :-Papà, so che sei deluso da me. Che non volevi che facessi questo lavoro. Bè, sarai contento ora. Mi sono licenziata. Avevi ragione tu. Non faceva per me. Tornerò a studiare-.

Mio padre, poggiato sulla macchina che stava riparando, posò il suo sguardo su di me, con tenerezza. Mi avvicinai con cautela a lui. :- Figlia mia-. Disse solo questo e mi abbracciò. Era quello che desideravo in quel momento. Un suo abbraccio, di quelli forti, da padre. Dentro cui perdermi. A stento trattenni le lacrime. Avrei voluto dirgli di più, ma il groppo in gola non me lo permise. Mi sarei fidata solo di lui. Non avrei permesso più a nessun uomo di toccarmi. Dentro le braccia di mio padre mi sentivo al sicuro, protetta. Sussurando appena uscì fuori un flebile :- Grazie papà-. Chissà quando avrei dimenticato, quando avrei raggiunto un minimo di serenità. Credevo sarebbe stato impossibile. Le mie giornate trascorrevano tutte uguali. Decisi, dopo tante titubanze e pensieri, di iniziare l’università. Era settembre del 1992, e mi sembrava l’unico passo da fare per dare un senso alla mia vita. Mi iscrissi a Pedagogia, per continuare i miei studi nell’ambito dell’istruzione e dell’infanzia. Trovai una camera in affitto a Bari. Ci andavo il lunedì e rientravo a Taranto il venerdì sera. Mi trascinavo stancamente alle lezioni, senza molta convinzione in verità. Per lo meno i primi tempi. La rabbia che provavo non mi faceva vedere nulla che non fosse quello schifo a cui mi aveva costretto quell’uomo. Mi nascondevo agli altri mettendo gonne lunghissime e giacche sformate. I miei capelli tornarono a crescere. Ormai coprivano già le spalle. Volevo quasi scomparire per non essere più guardata. Il mio percorso dentro il dolore era appena cominciato.

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