Viaggiando

I primi mesi di lavoro furono intensi. Ricordo che non avevo un attimo di tregua. Esisteva solo il mio camion e le destinazioni che dovevo raggiungere. Sulla strada non avevo più alcun timore. L’unica cosa che mi dava dei pensieri era fermarmi a dormire la notte nelle stazioni di servizio. Il mio sonno era disturbato dall’ansia che venissero i ladri o che qualche male intenzionato mi molestasse. Giravano brutte voci a riguardo. Le poche donne camioniste che allora circolavano erano considerate un bersaglio fin troppo semplice. Ma io ero convinta che queste voci venivano alimentate per non permetterci di entrare in un ambiente che era fin troppo maschilista. Se chiedevo una mano per qualsiasi motivo a uno dei miei colleghi mi si rispondeva sempre in tono sarcastico e con cose del tipo       :- Le donne dovrebbero rimanere a casa a curare la famiglia, questo non è un lavoro per voi-. Io rispondevo con una semplice alzata di spalle, non volevo dar loro soddisfazione. Non avevo alcun rapporto con i miei colleghi al di fuori dell’orario lavorativo. Mi avevano praticamente isolato. L’unico che aveva un minimo di comprensione nei miei riguardi e di amicizia era il meccanico che si occupava del mio camion. Pietro era un uomo gentile e davvero in gamba. Mi chiedeva sempre come stavo e come procedeva la mia esperienza. Il mio camion lo curava come fosse una Ferrari. La sua officina era dotata anche di uno spazio per il lavaggio dei mezzi e così, ogni volta, dopo aver controllato che fosse tutto a posto, il camion veniva lucidato e lavato per bene. E ripartivo con nuova grinta dopo ogni chiaccherata con lui.

Il 91 stava scivolando via, i mesi volavano come le strade che percorrevo. Durante quei lunghi tratti pensavo a quanto mi sentissi libera in questo mestiere. Libera di essere me stessa. Spesso viaggiavo anche con la mente. Certi ricordi ancora mi turbavano. Avevo solo cinque anni, mia madre era appena morta. A me era stato detto che era volata in cielo e che mi avrebbe guidato con il suo amore. Non capivo bene cosa volesse dire tutto quello che era accaduto e stava accadendo, sentivo solo un immeso vuoto. Le lacrime scorrevano e avevo solo voglia di star vicino a mio padre abbracciandolo forte. E lui, il mio eroe, mio padre, mi tirò su praticamente da solo, con tanti sacrifici, ma anche tanta forza.

Chissà cosa pensava papà di quello che stavo facendo. Se il suo disappunto era davvero delusione o solo voglia di proteggermi. Io lo capivo ma lo avrei voluto più vicino in questa mia scelta. Gli avrei parlato presto. Cercando di spiegargli le mie ragioni. Quelle che davvero mi avevano portato a compiere questo passo. E, chissà, mi avrebbe compreso e abbracciato. Avevo così bisogno di un suo abbraccio. In certi momenti la solitudine la sentivo, anche se non avrei voluto. In fondo sapevo che questo lavoro sarebbe stato difficile e avrebbe comportato tanti sacrifici.

Ma sarei stata più forte. Ero donna, è vero, ma non una donna come le altre. Me lo ripetevo in continuazione. Sarei stata forte, invincibile. E quel camion che stavo guidando ne era la prova. Ero Gio, in quell’abitacolo, dentro e fuori di me. Gio e nient’altro. La combattiva, la vincente.

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