Realizzare un sogno

Non appena compiuti i 18 anni, la prima cosa a cui pensai fu di prendere la patente E. Successivamente, iniziai a cercare lavoro. Nella mia città, Taranto, non fu affatto semplice,  anche perché mi guardavano con occhi stupiti, o anche torvi, e mi rimandavano a casa,  il più delle volte. Non mi scoraggiai. Ma ci misi del tempo e alla fine riuscii a lavorare solo grazie a un amico di mio padre, autotrasportatore anche lui. Perorò la mia causa e così trovai il mio primo impiego. Ma non era esattamente un camion. Dovevo fare esperienza. L’unico lavoro che mi permetteva di guidare qualcosa che fosse almeno un pochino simile a un camion fu da autonoleggiatore. Il mio era una specie di autobus da 20 posti. Non era esattamente quello che avrei voluto fare ma meglio di niente.  L’esperienza durò un anno. Su e giù per l’Italia trasportando turisti e non solo, trascorrevo giornate che mi sembravano infinite. Avere a che fare con la gente non era mai facile e io poi pensavo al mio vero obbiettivo, quello che mi avrebbe permesso di sentirmi libera. Sola e libera.  Fu un anno faticoso, ma terminò. Era il mese di Gennaio del 1991, l’inverno si faceva sentire anche da noi, che non eravamo abituati a tanta rigidità. Folate di vento sferzavano l’aria, il mare era spesso in burrasca. Come me, che ero ancora in cerca di stabilità lavorativa. Ero stufa. Passeggiavo sul lungomare per non pensare troppo. Ritrovai l’amico di mio padre, in un bar, una mattina che sentivo forte la voglia di energia e di zuccheri. Mentre addentavo il mio cornetto vidi un uomo che mi fissava. Lo riconobbi subito : “ Ciao Mario, come stai?”, gli rivolsi un sorriso stanco e tirato che lui ricambiò chiedendomi immediatamente del lavoro. : “ Mi sto arrendendo Mario. E’ così complicato. Forse sono io, il problema. O il mio essere donna. Non lo so. Forse sembro troppo piccola”. Un lungo sospiro accompagnò le mie parole. Mario era un omone con muscoli accentuati sulle braccia e un po’ di pancia che faceva capolino dai pantoloni. I capelli bianchi non lo rendevano più vecchio dei suoi 55 anni, aveva un viso senza quasi una ruga e un sorriso largo e limpido. Mi consolò con una pacca sulla spalla destra e mi disse : “Piccola mia, non dubitare, il lavoro arriverà. Tu sei brava, e lo hai dimostrato. Fidati di me. Ti aiuterò io”. Mi rivedo oggi, come ero allora, così sfiduciata, anche il giorno in cui Mario mi accompagnò all’ennesimo colloquio di lavoro. Era già primavera, il sole illuminava quella mattina e mi dava un minimo di buonumore. L’azienda in questione si trovava nella zona di San Paolo, quartiere all’epoca molto pericoloso, soprattutto per una donna. Ma c’era Mario con me, non avevo paura. Il mio futuro capo mi accolse con una smorfia che assomigliava a un sorriso. Anche lui mi sembrava un gigante, allora. Dalla mia piccola statura, mi metteva quasi soggezione. Aiutata da Mario, riuscimmo a convincerlo. Mi diede due mesi di prova. Meglio di niente. In due mesi avrei dato il massimo. Il primo giorno sul camion fu fantastico, memorabile, lo ricordo ancora. Mi tremavano le mani per la tensione,ma riuscii a portare a termine il mio primo incarico. L’azienda trasportava merce fragile, lampade e tavoli di cristallo. Dovevo stare attenta ad ogni curva, ad ogni buca. Ma ero talmente concentrata che arrivai a destinazione con tutta la merce intatta. Al ritorno ricevetti i miei primi complimenti, un po’ forzati certo, ma dal mio capo non potevo aspettarmi di più e certo non il primo giorno. Erano i colleghi autotrasportatori i più stupiti della mia presenza. Mi osservavano con sorrisetti e ghigni che mi innervosivano non poco. Pensavano fossi una donnicciola senza spina dorsale? Si sarebbero ricreduti, anche loro. Fu in quei giorni che decisi che sarei cambiata, il mio aspetto doveva essere diverso, un po’ più maschile. Per somigliare un po’ a loro, ai miei cari compagni di lavoro. Per essere accettata e rispettata

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Un pensiero su “Realizzare un sogno

  1. Ho letto dall’inizio, dalla prima bozza introduttiva. Il racconto è buono. Spero che quanto scrivo ti sia da stimolo nel continuare e non un freno. In questo caso mi dispiacerebbe e non credo che continuerei a commentare, anche perchè farò delle critiche, ovviamente viste dal mio punto di vista, di uno che legge si, ma non troppo. Vorrei che prendessi in seria considerazione l’idea di finirlo, se non stiamo a parlare di niente.
    Comincio.
    Ho iniziato a leggere dall’ultima pubblicazione fino arrivare alla bozza introduttiva.
    “In cambiamenti” mi sembra tutto coerente ed interessante fino a che Giovanna non parla: Lo fa come una gentile nonnina dei primi del 900″. Leggedo a ritroso si intuisce la passione che in qualche modo le ha trasmesso il padre, meccanico. Ho conosciuto molti meccanici e sicuramente non tutti rientrano nello stereotipo di ‘Grezzone, tocca pacco, con calendario pirelli all’ingresso e un linguaggio intercalare di cazzi a profusione anche nell’educazione dei figli”. Mecanici intelligentissimi interessati a tutto, appassionati di tematiche sociali, natura, filosofia, in grado di poter dialogare di ogni cosa e più eruditi di me sulle guerre puniche e con atteggiamenti più discreti dello stereotipo di meccanico sguaiato. C’è però una cosa importante che contraddistingue chi fa dell’attività manuale la sua principale attività, il linguaggio. Non è mai ricercato è sintetico, pratico arriva al punto senza ghirigori e soprattutto deciso. Questo influenza anche l’educazione dei figli, soprattutto se i figli scoprono di essere innamorati delle ‘Magie’ che un gentore riesce a fare con la sua attività pratica.
    Giovanna è una donna ok, ma una donna appassionata, decisa il suo linguaggio nel descrivere le cose è pratico; non volgare certo, ma se è appassionata di motori e libertà, se ha già deciso da piccola quale sarà la sua strada, non credo che voglia perdere tempo in studi umanistici, linguistici, ma il suo studio e quindi il suo linguaggio è orientato verso un obiettivo.
    Il come si esprime un personaggio, solitamente è bene dichiararlo prima di una frase, e non dopo, in maniera tale che sia subito chiaro come lo stato d’animo. A meno che non sia palese o necessario metterlo dopo.
    In questa parte Giovanna dichiara di avere 18 anni, quindi il tatuaggio se l’è fatto è prima che lavorasse con la ditta di autotrasportatori? Non è chiaro:
    Nel precedente post dichiari, che dopo i 18 anni, dopo un anno di sforzi, Mario le organizza un colloquio in una ditta di autotrasporti. Dopo il successo del primo trasporto con tale ditta, Giovanna decide di cambiare il suo aspetto per farsi accettare dai suoi colleghi maschi. Poi parli del tatuaggio e del taglio alla maschietto, però avvenuto a 18 anni. Forse che alla fine del capitolo, per somigliare ai suoi colleghi che non l’accettano come donna, vuole diventare ancora più maschile di quanto un taglio drastico dei capelli e un tatuaggio possano fare?

    Donna che vuole sentirsi libera di essere se stessa, ma per farsi accettare dai maschi decide di somigliare ad un maschio, compromesso alquanto frustrante, non trovi. Bhe forse il padre ha ragione ad incazzarsi, se la ragione è somigliare ad un maschio solo per poter lavorare. Diverso se lo avesse fatto, se il cambiamento fisico significasse, somigliare di più all’immagine che Giovanna ha di se stessa. Diverso sarebbe stato se il taglio e tatuaggio, fosse avvenuto per il piacere di piacere a se stessa e non per paura di non essere accettata. Se fosse stato per queste ragoni, l’incazzatura di papà doveva necessariamente scontrarsi col muro della giusta decisione della figlia. Così invece, no: Papà ha tutte le ragioni per incazzarsi e Giovanna, non èevidentemente in grado di decidere per ‘Tutto il Resto’.

    ‘Realizzare un sogno’
    Alcuni espressioni tipo ‘Perorare’ sono troppo ricercate, poco pratiche. Siamo seri, Giovanna vuole fare la camminista, non lavorare alla Crusca.
    La fragilità ci sta tutta, come del resto la gratitudine e il rispetto per il padre e Mario. Forse, però, una così decisa che dichiara che si sente sicura perché c’è Mario a proteggerla nel quartiere pericoloso per le donne, contraddice una persona che da bambina è ostinata a cavarsela da sola, che ama la libertà di un camion coi suoi rischi e la sua solitudine.

    ‘Sulla Strada’
    Col senno di poi, nel senso che nel post successivo, racconti che Giovanna ricorda esattamente quando decide che la sua vita sarà su un camion, è il caso che nella intro, cambi quando dici: “Non lo so nemmeno io come mi ci sono trovata a fare questo mestiere. Per caso o forse per una passione”, perchè poi dichiari esattamente il quando decidi, e come hai fatto a realizzare tale obiettivo.

    Un’altra cosa che consiglio è la piccola sorpresa sorpresa, ma questa è solo una scelta stilistica. Dichiarerei tutto. il senso di libertà, il perchè per il personaggio è importante fare un lavoro che ama,che è ha figli, ecc ma solo alla fine dichiarerei: “Sono una donna. Ho 35 anni. Sono madre e moglie. Ma sopratutto guido un camion”

    Ecco questi sono i miei appunti, e come ho detto, mi auguro che la storia di Giovanna sia scritta tutta e presto.

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