La mia passione

Mio padre, Antonio, era un meccanico. Da piccola mi aggiravo nella sua officina, con curiosità e interesse per quel mondo fatto di motori, grasso e mani sempre sporche. Mio padre curava le auto come fosse un medico. Per ore, lo vedevi assorto su quei motori, a pancia in su, col viso rivolto a quei tubi, marmitte e filtri dell’olio che solo lui poteva comprendere. E io lo osservavo, con occhi sgranati, meravigliata da quella che mi sembrava una magia. Un motore rotto che tornava a funzionare, a rombare, era per me più di una magia, era una specie di piccolo grande miracolo. Il giorno che gli portarono quel grosso autocarro lo ricordo bene. Come sempre ero da lui, volevo carpire i suoi segreti, imparare quel mestiere. Avevo 15 anni e ancora non potevo immaginare che, invece, la mia strada sarebbe stata diversa. Vidi quel mezzo che mio padre avrebbe dovuto riparare. I miei occhi si spalancarono, ci salii sopra, mi sentivo piccola e allo stesso tempo invicibile. Lo avrei guidato, un giorno. In quel preciso momento, sapevo che la mia vita sarebbe stata quel camion. E avrei fatto di tutto per realizzare questo sogno.

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