Paura di vivere

Gli attacchi di panico mi sorpresero una notte in cui avevo faticato a prender sonno. Mi chiedevo dove era finita quella Gio di una volta, che non si arrendeva mai, che combatteva e lottava per la sua vita. Non mi abbandonava la certezza che fosse tutto cambiato, che ero ormai diversa, una donna piccola e fragile. La paura divenne reale quella notte di novembre 1992, quando ormai credevo di avere almeno una vita più o meno normale. Andavo all’università, prendevo treni e tornavo a casa, insomma, ero più o meno autonoma, nonostante vivessi costantemente col terrore di incontrare ancora uomini che mi avrebbero fatto del male.

Ma, quella notte, scoprii che in me era nascosta una paura ancora più grande. Mi svegliai di soprassalto, col fiato corto e il cuore che batteva fortissimo. Le gambe tremavano, ero scossa da brividi di freddo. Volevo chiamare una guardia medica, farmi visitare, ma ero come bloccata. Cercai di calmarmi inspirando con il naso ed espirando con la bocca e dopo un po’ tutto passò. Ma non la sensazione di impotenza che mi aveva resa immobile in quei pochi, interminabili minuti. Cosa mi stava succedendo? Non riuscivo a capire, non lo capivo ancora. Avrei voluto confidarmi con qualcuno ma con chi? L’unica persona che mi venne in mente era Pietro, il mio meccanico, quell’uomo che ogni volta che ci parlavo mi dava la sensazione di essere un vero amico. Di questo avevo bisogno . Di qualcuno che mi ascoltasse, e magari avrei compreso anch’io quello che mi era appena accaduto.

Dentro il dolore

Dopo quella notte, i ricordi sono abbastanza confusi e vaghi.  Era calato il buio, e ho faticato molto per non sentire più quella sporcizia dentro di me.

Solo oggi, dopo un matrimonio e due figli, posso dire di essere una donna realizzata e felice.

Ho anche ripreso a lavorare, finalmente. Dopo quello che mi era accaduto, non volevo nemmeno vedere un camion per strada. Tutto mi dava la nausea. Era solo un anno che avevo cominciato a lavorare, eppure mi lincenziai. Senza alcun dubbio, o indecisione. Nessuno si aspettava questo passo. Tantomeno mio padre. Andai da lui, un giorno, senza sapere bene cosa dirgli. :-Papà, so che sei deluso da me. Che non volevi che facessi questo lavoro. Bè, sarai contento ora. Mi sono licenziata. Avevi ragione tu. Non faceva per me. Tornerò a studiare-.

Mio padre, poggiato sulla macchina che stava riparando, posò il suo sguardo su di me, con tenerezza. Mi avvicinai con cautela a lui. :- Figlia mia-. Disse solo questo e mi abbracciò. Era quello che desideravo in quel momento. Un suo abbraccio, di quelli forti, da padre. Dentro cui perdermi. A stento trattenni le lacrime. Avrei voluto dirgli di più, ma il groppo in gola non me lo permise. Mi sarei fidata solo di lui. Non avrei permesso più a nessun uomo di toccarmi. Dentro le braccia di mio padre mi sentivo al sicuro, protetta. Sussurando appena uscì fuori un flebile :- Grazie papà-. Chissà quando avrei dimenticato, quando avrei raggiunto un minimo di serenità. Credevo sarebbe stato impossibile. Le mie giornate trascorrevano tutte uguali. Decisi, dopo tante titubanze e pensieri, di iniziare l’università. Era settembre del 1992, e mi sembrava l’unico passo da fare per dare un senso alla mia vita. Mi iscrissi a Pedagogia, per continuare i miei studi nell’ambito dell’istruzione e dell’infanzia. Trovai una camera in affitto a Bari. Ci andavo il lunedì e rientravo a Taranto il venerdì sera. Mi trascinavo stancamente alle lezioni, senza molta convinzione in verità. Per lo meno i primi tempi. La rabbia che provavo non mi faceva vedere nulla che non fosse quello schifo a cui mi aveva costretto quell’uomo. Mi nascondevo agli altri mettendo gonne lunghissime e giacche sformate. I miei capelli tornarono a crescere. Ormai coprivano già le spalle. Volevo quasi scomparire per non essere più guardata. Il mio percorso dentro il dolore era appena cominciato.

Una terribile notte

Ricordare ora, a distanza di anni, quella notte tremenda mi sconvolge ancora. Pensavo che non avrei mai provato l’amore vero per un uomo, che tutti i miei sogni sarebbero naufragati nell’attimo stesso in cui stavo vivendo quell’incubo. Ora guardo il mio uomo dormire nel nostro letto, sorrido e sono felice. Mi capita spesso di tornare a quella notte nei sogni. E ogni volta mi comporto in modo diverso. Come avrei voluto fare allora senza riuscirci. Lui fu più forte di me. E io ancora oggi mi rimprovero per avergli permesso di esserlo. Per avergli permesso di distruggere il mio sogno appena cominciato. Era una notte calda. Maggio era alle porte e con la primavera i profumi nell’aria cambiavano, io ne assorbivo le essenze e gioivo nel vedere gli alberi in fiore. Il 1992 stava andando bene, il lavoro anche. Ero felice, insomma. E pagai, forse, la mia leggerezza, il mio senso di sicurezza. Quella notte mi fermai, come al solito, vicino Pescara per dormire un paio d’ore prima dell’arrivo a Bologna. Ero tranquilla e stavo per tornare sul camion dopo aver preso il mio solito caffè. All’improvviso sento due mani che mi afferrano le spalle. Non me l’aspettavo e iniziai a tremare. Poi la voce, sussurrata, cattiva : – Non ti muovere bella, ho voglia di fare quattro chiacchere con te, capito?-. : -Lasciami, ti prego­-. Riuscii a dire balbettando, col labbro che mordevo per la tensione. Fu un attimo. Mi girò, spingendomi verso il camion e con le mani sempre sulle spalle mi fece mettere in ginocchio. Nel frattempo mi teneva ferma con le gambe e si slacciava i pantaloni. Ero impietrita. Lui aveva una forza immane, non riuscivo a muovermi. La pancia premeva contro la mia testa. Era terribile. A un certo punto mi prese la testa tra le mani e se la infilò nel membro, ormai eretto, su e giù e io non mi muovevo ancora, pensavo solo che non vedevo l’ora che tutto finisse. Ero in balia della sua voglia, del desiderio che aveva di possedere anche una parte di me. Non mi violentò, fino in fondo, ma a me bastò quello per sentirmi svuotata, priva di dignità, sola, sporca. Quando ebbe finito mi abbandonò sul sedile del camion. Mi ritrovai sola e sconfitta. Era buio, il camion era in un punto da cui non poteva essere visto da nessuno. Non so come riuscii ad arrivare a Bologna e tornare. Il mio sguardo vagava dritto di fronte a me. In un vuoto dentro cui riuscivo a vedere solamente quella scena, il volto rozzo di quell’uomo, la sua violenza. Avevo 19 anni e non conoscevo ancora l’amore, quello vero e puro.

Viaggiando

I primi mesi di lavoro furono intensi. Ricordo che non avevo un attimo di tregua. Esisteva solo il mio camion e le destinazioni che dovevo raggiungere. Sulla strada non avevo più alcun timore. L’unica cosa che mi dava dei pensieri era fermarmi a dormire la notte nelle stazioni di servizio. Il mio sonno era disturbato dall’ansia che venissero i ladri o che qualche male intenzionato mi molestasse. Giravano brutte voci a riguardo. Le poche donne camioniste che allora circolavano erano considerate un bersaglio fin troppo semplice. Ma io ero convinta che queste voci venivano alimentate per non permetterci di entrare in un ambiente che era fin troppo maschilista. Se chiedevo una mano per qualsiasi motivo a uno dei miei colleghi mi si rispondeva sempre in tono sarcastico e con cose del tipo       :- Le donne dovrebbero rimanere a casa a curare la famiglia, questo non è un lavoro per voi-. Io rispondevo con una semplice alzata di spalle, non volevo dar loro soddisfazione. Non avevo alcun rapporto con i miei colleghi al di fuori dell’orario lavorativo. Mi avevano praticamente isolato. L’unico che aveva un minimo di comprensione nei miei riguardi e di amicizia era il meccanico che si occupava del mio camion. Pietro era un uomo gentile e davvero in gamba. Mi chiedeva sempre come stavo e come procedeva la mia esperienza. Il mio camion lo curava come fosse una Ferrari. La sua officina era dotata anche di uno spazio per il lavaggio dei mezzi e così, ogni volta, dopo aver controllato che fosse tutto a posto, il camion veniva lucidato e lavato per bene. E ripartivo con nuova grinta dopo ogni chiaccherata con lui.

Il 91 stava scivolando via, i mesi volavano come le strade che percorrevo. Durante quei lunghi tratti pensavo a quanto mi sentissi libera in questo mestiere. Libera di essere me stessa. Spesso viaggiavo anche con la mente. Certi ricordi ancora mi turbavano. Avevo solo cinque anni, mia madre era appena morta. A me era stato detto che era volata in cielo e che mi avrebbe guidato con il suo amore. Non capivo bene cosa volesse dire tutto quello che era accaduto e stava accadendo, sentivo solo un immeso vuoto. Le lacrime scorrevano e avevo solo voglia di star vicino a mio padre abbracciandolo forte. E lui, il mio eroe, mio padre, mi tirò su praticamente da solo, con tanti sacrifici, ma anche tanta forza.

Chissà cosa pensava papà di quello che stavo facendo. Se il suo disappunto era davvero delusione o solo voglia di proteggermi. Io lo capivo ma lo avrei voluto più vicino in questa mia scelta. Gli avrei parlato presto. Cercando di spiegargli le mie ragioni. Quelle che davvero mi avevano portato a compiere questo passo. E, chissà, mi avrebbe compreso e abbracciato. Avevo così bisogno di un suo abbraccio. In certi momenti la solitudine la sentivo, anche se non avrei voluto. In fondo sapevo che questo lavoro sarebbe stato difficile e avrebbe comportato tanti sacrifici.

Ma sarei stata più forte. Ero donna, è vero, ma non una donna come le altre. Me lo ripetevo in continuazione. Sarei stata forte, invincibile. E quel camion che stavo guidando ne era la prova. Ero Gio, in quell’abitacolo, dentro e fuori di me. Gio e nient’altro. La combattiva, la vincente.

Cambiamenti.

Ricordo ancora, come fosse ieri, lo stupore che provai osservandomi allo specchio per la prima volta. Ero completamente diversa. I miei lunghi capelli non esistevano più. Ne erano rimasti pochissimi. Tagliandoli mi sentii come se stessi buttando via qualcosa di prezioso che, fino ad allora, aveva fatto parte di me. Ma non c’era tempo per i rimpianti. Quei ciuffi biondi che cadevano ad ogni sforbiciata erano un ulteriore passo in avanti. Alla fine ero quasi completamente calva, capelli rasatissimi, nuca scoperta. Non mi dispiacevo affatto. Ero proprio carina. Curando sempre tanto i miei capelli, non guardavo mai il mio viso. Ho lineamenti piuttosto regolari, e il nuovo taglio metteva in luce il mio sorriso, i miei denti perfetti. Potevo vedere anche le mie orecchie, piccole e aggraziate e il naso leggermente all’insù. Insomma, ero bella. Non una bellezza mozzafiato, certo. Ero un tipo, ecco. Carina quanto bastava per colpire qualcuno che si fosse fermato a guardarmi meglio. Ora toccava all’abbigliamento. Giubbotto di pelle nero, con spalline abbastanza alte da farmi sembrare davvero quasi un uomo, una maglietta nera aderente con su una collana di finto argento che scendeva fino al petto e pantaloni in pelle. Mancava solo un tatuaggio. Anche questa, allora, era una specie di trasgressione. Oggi ti guardi in giro e sono tutti tatuati. Un tempo lo erano solo i camionisti e i carcerati. Quindi scelsi con cura un negozio di tatoo. Sfogliai il catalogo con emozione. : “Eccolo”, pensai, : “ll mio simbolo:” . Un’aquila con ali spiegate che avrebbe coperto la mia nuca. Che dolore provai, ogni puntura rischiavo di dirgli di smettere ma ero più forte io. Alla fine fui soddisfatta. Il decorso post tatoo fu abbastanza complicato. Ma andò tutto bene. Ero un’altra, forse ero davvero io. Un giorno andai a trovare mio padre in officina. Quasi non mi riconobbe. : -Si può sapere cosa ti passa per la testa? Cos’è questa pagliacciata? Perché ti sei conciata così?- :-Papà non puoi capire. Dovevo farlo. Sono la sola donna a guidare un autocarro nella mia azienda. Mi guardavano storti con quei lunghi capelli e quell’abbigliamento da donnicciola spaurita. Dovevo cambiare per loro, ma soprattutto per me, col tempo capirai anche tu-. Mio padre era un uomo piuttosto all’antica. Tatuaggi, giubbotti di pelle, per lui erano qualcosa fuori dal mondo. Continuò a guardarmi accigliato. Il suo viso scuro  per la carnagione era contratto con le rughe ben messe in evidenza. Mi aveva permesso di essere camionista solo perché avevo già il mio bel diploma magistrale in tasca. Aveva altri desideri per me, gli sarebbe piaciuto che facessi la maestra, magari, sarei stata amata e rispettata, pensava. :- No, non capisco. E non credo che lo capirò mai. Ma è la tua vita, sei libera di farne quello che vuoi-. Era arrabbiato, deluso da me. Ma non potevo farci nulla. La mia strada era ormai segnata. Sarei andata fino in fondo.

Realizzare un sogno

Non appena compiuti i 18 anni, la prima cosa a cui pensai fu di prendere la patente E. Successivamente, iniziai a cercare lavoro. Nella mia città, Taranto, non fu affatto semplice,  anche perché mi guardavano con occhi stupiti, o anche torvi, e mi rimandavano a casa,  il più delle volte. Non mi scoraggiai. Ma ci misi del tempo e alla fine riuscii a lavorare solo grazie a un amico di mio padre, autotrasportatore anche lui. Perorò la mia causa e così trovai il mio primo impiego. Ma non era esattamente un camion. Dovevo fare esperienza. L’unico lavoro che mi permetteva di guidare qualcosa che fosse almeno un pochino simile a un camion fu da autonoleggiatore. Il mio era una specie di autobus da 20 posti. Non era esattamente quello che avrei voluto fare ma meglio di niente.  L’esperienza durò un anno. Su e giù per l’Italia trasportando turisti e non solo, trascorrevo giornate che mi sembravano infinite. Avere a che fare con la gente non era mai facile e io poi pensavo al mio vero obbiettivo, quello che mi avrebbe permesso di sentirmi libera. Sola e libera.  Fu un anno faticoso, ma terminò. Era il mese di Gennaio del 1991, l’inverno si faceva sentire anche da noi, che non eravamo abituati a tanta rigidità. Folate di vento sferzavano l’aria, il mare era spesso in burrasca. Come me, che ero ancora in cerca di stabilità lavorativa. Ero stufa. Passeggiavo sul lungomare per non pensare troppo. Ritrovai l’amico di mio padre, in un bar, una mattina che sentivo forte la voglia di energia e di zuccheri. Mentre addentavo il mio cornetto vidi un uomo che mi fissava. Lo riconobbi subito : “ Ciao Mario, come stai?”, gli rivolsi un sorriso stanco e tirato che lui ricambiò chiedendomi immediatamente del lavoro. : “ Mi sto arrendendo Mario. E’ così complicato. Forse sono io, il problema. O il mio essere donna. Non lo so. Forse sembro troppo piccola”. Un lungo sospiro accompagnò le mie parole. Mario era un omone con muscoli accentuati sulle braccia e un po’ di pancia che faceva capolino dai pantoloni. I capelli bianchi non lo rendevano più vecchio dei suoi 55 anni, aveva un viso senza quasi una ruga e un sorriso largo e limpido. Mi consolò con una pacca sulla spalla destra e mi disse : “Piccola mia, non dubitare, il lavoro arriverà. Tu sei brava, e lo hai dimostrato. Fidati di me. Ti aiuterò io”. Mi rivedo oggi, come ero allora, così sfiduciata, anche il giorno in cui Mario mi accompagnò all’ennesimo colloquio di lavoro. Era già primavera, il sole illuminava quella mattina e mi dava un minimo di buonumore. L’azienda in questione si trovava nella zona di San Paolo, quartiere all’epoca molto pericoloso, soprattutto per una donna. Ma c’era Mario con me, non avevo paura. Il mio futuro capo mi accolse con una smorfia che assomigliava a un sorriso. Anche lui mi sembrava un gigante, allora. Dalla mia piccola statura, mi metteva quasi soggezione. Aiutata da Mario, riuscimmo a convincerlo. Mi diede due mesi di prova. Meglio di niente. In due mesi avrei dato il massimo. Il primo giorno sul camion fu fantastico, memorabile, lo ricordo ancora. Mi tremavano le mani per la tensione,ma riuscii a portare a termine il mio primo incarico. L’azienda trasportava merce fragile, lampade e tavoli di cristallo. Dovevo stare attenta ad ogni curva, ad ogni buca. Ma ero talmente concentrata che arrivai a destinazione con tutta la merce intatta. Al ritorno ricevetti i miei primi complimenti, un po’ forzati certo, ma dal mio capo non potevo aspettarmi di più e certo non il primo giorno. Erano i colleghi autotrasportatori i più stupiti della mia presenza. Mi osservavano con sorrisetti e ghigni che mi innervosivano non poco. Pensavano fossi una donnicciola senza spina dorsale? Si sarebbero ricreduti, anche loro. Fu in quei giorni che decisi che sarei cambiata, il mio aspetto doveva essere diverso, un po’ più maschile. Per somigliare un po’ a loro, ai miei cari compagni di lavoro. Per essere accettata e rispettata

La mia passione

Mio padre, Antonio, era un meccanico. Da piccola mi aggiravo nella sua officina, con curiosità e interesse per quel mondo fatto di motori, grasso e mani sempre sporche. Mio padre curava le auto come fosse un medico. Per ore, lo vedevi assorto su quei motori, a pancia in su, col viso rivolto a quei tubi, marmitte e filtri dell’olio che solo lui poteva comprendere. E io lo osservavo, con occhi sgranati, meravigliata da quella che mi sembrava una magia. Un motore rotto che tornava a funzionare, a rombare, era per me più di una magia, era una specie di piccolo grande miracolo. Il giorno che gli portarono quel grosso autocarro lo ricordo bene. Come sempre ero da lui, volevo carpire i suoi segreti, imparare quel mestiere. Avevo 15 anni e ancora non potevo immaginare che, invece, la mia strada sarebbe stata diversa. Vidi quel mezzo che mio padre avrebbe dovuto riparare. I miei occhi si spalancarono, ci salii sopra, mi sentivo piccola e allo stesso tempo invicibile. Lo avrei guidato, un giorno. In quel preciso momento, sapevo che la mia vita sarebbe stata quel camion. E avrei fatto di tutto per realizzare questo sogno.